Il conflitto israelo-palestinese di cui si sente tanto parlare in televisione ci era sempre parso confuso: si guardavano i telegiornali con la disposizione d’animo che si ha di fronte a un film: praticamente apatica. Siamo troppo abituati ad estraniarci da quello che vediamo in tv e ci vuole uno sforzo di volontà per convincersi che è tutto vero: i morti non sono attori, le bombe non sono fuochi d’artificio. Però continuavamo a non capire i motivi di questa guerra. L’assemblea d’istituto del 20/02/09 ci ha aperto gli occhi, mostrandoci le mille sfaccettature di un conflitto dove non ci sono buoni e cattivi, dove non è mai o tutto bianco o tutto nero.
Abbiamo visto il film “Un valzer con Bashir”, che parla della ricerca della memoria perduta del regista che ha combattuto nella guerra del Libano. E’ un modo diverso di affrontare il tema della guerra, senza lo stupore di chi viene da fuori ma con il tono di normalità che si usa per le cose di tutti i giorni, effetto sottolineato dalla tecnica del cartone animato che esalta, con la sua atmosfera ovattata e surreale, un distacco dalla realtà improvvisamente rotto nella scena finale da una sequenza di immagini vere di guerra e morte. L’impressione finale ci ricorda il distacco con cui affrontiamo ogni giorno questi temi.
La perdita della memoria è una conseguenza della guerra, ma il protagonista si accorge di questa sua mancanza solo dopo molti anni; il nostro cervello infatti tende a rimuovere i ricordi traumatici e a sostituirli con altre immagini come meccanismo di autodifesa inconscia. Abbiamo quindi un’esperienza che traumatizza a vita ma che non tormenta con flashback e rimorsi; al contrario priva la persona di una parte della sua storia personale impedendole di ricordare.
Pensando alla guerra subito ci vengono in mente arti amputati, sangue, volti contratti dal dolore. Tuttavia esistono lesioni ben più gravi e profonde delle ferite fisiche che riguardano gli effetti sull’anima, sulla personalità e sulla psicologia dei soldati.
E i civili? Quali sono gli effetti su una popolazione che è in guerra dal ’48? E’ venuto a parlarci Guido Federzoni che, avendo lavorato 20 anni a Nazareth, ha potuto sperimentare sulla propria pelle tutti quegli aspetti della guerra che non emergono dai telegiornali. In vero noi che siamo in pace non possiamo comprendere le conseguenze quotidiane della guerra: in una società senza guerra, la scuola è vista come risorsa per creare una mentalità di collaborazione tra le nuove generazioni, quindi noi per creare la pace faremmo affidamento sulla scuola, ma essa oggi, sia nella realtà israeliana che in quella palestinese, riflette le tensioni degli adulti e quindi non può essere un mezzo per costruire il confronto tra i popoli.
I bambini di oggi, come quelli dei decenni precedenti, sono nati e cresciuti nell’ odio e anche se nella nostra ottica di pace essi possono rappresentare una speranza, non è detto che lo siano automaticamente in quanto bambini. Infatti questi sono come creta da plasmare e di conseguenza vivendo in una situazione di conflitto perenne dove (a parte qualche rara eccezione, come quella rappresentata dall' associazione Parent Circle, costituita da genitori palestinesi e israeliani che dimostrano che si può trovare un punto d' incontro con il nemico di una vita) si alternano infiniti attacchi da entrambe le parti, è inevitabile che il messaggio che è loro trasmesso sia proprio quello di odio per l' usurpatore della propria terra e l’ uccisore dei propri parenti e amici. E poi questi bambini diventano ragazzi costretti dalla leva obbligatoria ad allenarsi per combattere, come succede nello stato di Israele, cosicché l’odio per il nemico è inoculato come un virus mortale.
Questa è un’ esperienza senza dubbio traumatica, alla quale spesso i giovani reagiscono, se possono, scappando dalla propria terra per passare un anno all’ estero dove cercano di dimenticare e di vivere per un po’ normalmente.
Israeliani e palestinesi trascorrono combattendo gli anni nei quali noi occidentali andiamo all’ università e programmiamo la nostra vita futura; è quindi impossibile aspettarsi che tutto proceda poi normalmente, una volta abbandonati i campi di battaglia.
I palestinesi, invece, hanno alle loro spalle una storia caratterizzata da un’ organizzazione in tribù, anche se noi compiamo spesso l’ errore di considerarli come un unico popolo che ha un sentimento nazionale maturato nei secoli della sua storia, interpretando la loro situazione da un punto di vista occidentale. Insomma, in questa guerra non ci sono buoni o cattivi; ne' una volta conclusasi, ci saranno vincitori o vinti perché anche solo una vita umana vale molto di più di una terra che, pur essendo Santa, è pur sempre una terra.
Ma noi siamo occidentali e forse certi conflitti, in fondo, non li potremo mai capire del tutto.
Newsletter a cura di
Caterina Giacobazzi, Laura Lasagni, Viola Tosetto, Arianna Welish
Classe 1C, Liceo Classico "L.A. Muratori" Modena