Il 10 dicembre 1948 l’ONU, approvando la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, apriva una nuova stagione del diritto internazionale. Il cammino che porta alla effettiva attuazione dei diritti in essa proclamati, è, però, ancora lungo e incerto. L’articolo 4 afferma che nessun individuo può essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù e che la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.
La schiavitù e le condizioni simili non sono fenomeni superati, fanno parte drammaticamente della realtà delle nostre metropoli. Fino a 15 anni fa si pensava che il reato di riduzione in schiavitù fosse un relitto storia, invece, a partire dalla fine degli anni ’80, la criminalità ha creato una nuova attività: il traffico degli esseri umani. I migranti che intendono lasciare il loro Paese di origine vengono ridotti in uno stato di schiavitù, sfruttati nei mercati della prostituzione, del lavoro forzato, dell’accattonaggio.
La gestione di questo mercato da parte delle organizzazioni criminali comporta spesso, la copertura di alcuni settori corrotti della politica, del personale delle ambasciate o dei consolati e delle forze dell’ordine. La violenza e il ricatto iniziano nel Paese di emigrazione, proseguono durante il trasferimento e sono riproposte nel Paese di destinazione. Una volta concluso il viaggio, l’organizzazione criminale impedisce di fatto alla persona trafficata di estinguere, con il denaro ottenuto dalla propria attività, il debito originario contratto per il trasporto. Quel debito lega la persona trafficata, e spesso anche la sua famiglia ,all’organizzazione criminale.
Anche in Italia, sono presenti forme di cosiddette “nuove schiavitù del XXI secolo”.
Per quanto riguarda la prostituzione, a differenza delle donne che decidono autonomamente di vendere il proprio corpo, la vittima di tratta non può scegliere, deve consegnare ad altri i suoi guadagni, non può coltivare relazioni interpersonali che metterebbero a rischio la sua totale sudditanza.
Un’altra drammatica situazione riguarda i minori stranieri non accompagnati, a rischio di sfruttamento per prostituzione e accattonaggio e di coinvolgimento in attività criminali. Questi ragazzi dovrebbero godere di una serie di tutele e di diritti previsti dalle leggi nazionali e dalle Convenzioni internazionali ma, di fatto, molti di loro non entrano nemmeno in contatto con i servizi sociali oppure scappano dalle comunità di accoglienza, dichiarando di volta in volta alle autorità dati anagrafici differenti per potere rimanere nell’anonimato.
Recentemente nelle aule di giustizia italiane sono stati affrontati alcunicasi di riduzione in schiavitù riguardanti il mondo del lavoro, localizzati soprattutto nelle campagne del Sud. Migliaia di stranieri, provenienti dall’Africa e dall’Europa dell’Est, raggiungono Puglia e Campania nel periodo di raccolta dei pomodori, lavorano come braccianti dodici o tredici ore al giorno per pochi euro, vivono in baraccopoli, sottoposti a condizioni igieniche e lavorative atroci. Spesso lavorano senza essere retribuiti, perché le spese per il posto dove vivono, superano i compensi. Questi lavoratori diventano spesso vittime dei “caporali”, in genere connazionali, e vengono confinati in veri e propri “campi di lavoro” da cui è difficile fuggire.
Dato il carattere transnazionale della tratta, servirebbe una maggiore cooperazione fra gli Stati, e si dovrebbero rafforzare i sistemi di protezione delle vittime che decidono di fare denuncia e dei loro parenti. In Italia la legislazione al riguardo è tra le più complete ed efficaci d’Europa e sono in aumento i procedimenti penali per i reati relativi alla tratta di esseri umani.
L’insorgere del fenomeno del traffico di esseri umani é stato favorito dalla promulgazione di leggi, in molti Paesi di destinazione dei flussi migratori, ispirate più al contenimento che al governo delle migrazioni. Anche la normativa italiana per l’immigrazione ha introdotto procedure molto burocratizzate per l’accesso ai diritti, che rischiano di favorire l’irregolarità e la scelta della clandestinità del lavoratore immigrato. Sarebbe auspicabile aggiornare tale normativa in un’ottica più rispondente all’impostazione della Dichiarazione universale, secondo cui deve essere garantita a tutti la pienezza dei diritti fondamentali, e con essi, la dignità umana.
I governi dovrebbero, inoltre, seriamente impegnarsi per combattere la povertà e l’arretratezza economica e sociale, causa delle migrazioni di milioni di persone nel mondo.