Intervista a Massimo Pironi, Consigliere e Presidente V Commissione Assemblea Legislativa Regione Emilia Romagna
Massimo Pironi è nato nel 1959 a Riccione, dove risiede con la moglie e il figlio. Dal 1980 al 1999 è stato dirigente in un'azienda commerciale. Sin dal 1975 ha svolto attività di volontariato sociale e sportivo.
Consigliere comunale a Riccione (dal 1985 al 1999), ha retto anche vari assessorati. Dal 1999 al 2004, nell'Assemblea provinciale di Rimini, è stato assessore alla scuola, formazione professionale, lavoro e sport, assumendo inoltre la vicepresidenza di questo ente. Dal gennaio 2005 alla sua elezione in Regione, sempre nell'amministrazione provinciale di Rimini, è stato assessore al turismo.
Oggi è consigliere regionale e Presidente della Commissione Turismo Cultura Scuola Formazione Lavoro Sport dell'Assemblea legislativa dell'Emilia-Romagna.
Questa intervista, atto conclusivo del progetto “Il diritto allo svago e al divertimento dei giovani e le sue interferenze con altri diritti di cittadinanza”, ci è stata gentilmente concessa dal consigliere Massimo Pironi. Si tratta di un estratto del lungo colloquio tenutosi il 13 maggio scorso nel quale noi studenti della V A dell’Istituto Superiore Meucci di Carpi abbiamo avuto l’occasione di confrontarci con un importante rappresentante della realtà politica della nostra regione. La possibilità di esprimere commenti, condividere valutazioni e porre quesiti risultanti dal nostro lavoro sulle tematiche e gli spunti offerti dallo sport, ha trovato riscontro nei preziosi commenti del Presidente della V Commissione Turismo Cultura Scuola Formazione Lavoro Sport. Non sono mancate tuttavia domande di politica generale alle quali Pironi, altrettanto cortesemente, ha dato risposta e talvolta soluzioni.
Come è nato e attraverso quali esperienze si è sviluppato il Suo interesse per la politica?
Fin da giovane mi sono interessato dei problemi del mio territorio, in particolare delle difficoltà dei miei coetanei nel rapportarsi alla società. Per fare un esempio, quando nacquero le prime discoteche sul litorale romagnolo, questo creò una fortissima concentrazione di giovani attirando chi spacciava droga. Nel giro di poco tempo i tossicodipendenti si erano moltiplicati ed io, spinto dalla necessità di agire, con alcuni amici mi impegnai nell’ambito di una cooperativa per aiutare le famiglie dei tossicodipendenti. Successivamente ho ricoperto le cariche di consigliere comunale e assessore presso il Comune di Riccione. L’interesse verso il prossimo e la caparbietà con la quale seguo i miei principi mi hanno portato qui a parlare con voi.
Secondo lei, su quali principi si deve basare principalmente il rapporto cittadini/pubblici amministratori ?
Alla base di tutto ci deve essere serietà e trasparenza. Questo è quello che noi dobbiamo offrire. Con questi requisiti ti presenti al cittadino, che deve decidere se darti la sua fiducia, fiducia che se non sarà ricambiata o, peggio ancora, tradita e disattesa troverà giustizia nel destituire l’amministratore dalla sua carica. Questo fa sì che il rapporto fra noi e i cittadini debba necessariamente essere forte, stretto e produttivo. A noi spetta anche il compito di rendere possibile tutto ciò, evitando che il cittadino screditi le istituzioni e viceversa, sostenendo la partecipazione del cittadino e il suo coinvolgimento, promuovendo esperienze che vadano in tale direzione, come ad esempio il progetto Partecipa-net, che è espressione di una scuola ben radicata nel territorio. A questo proposito, mi sembra molto interessante e innovativo il progetto di legge, da voi stessi esaminato, sulle politiche giovanili, attualmente in fase di esame presso la V Commissione, che tratta temi di vostro interesse, compreso quello dello sport.
Quale idea di sport è presente in tale disegno di legge?
L’idea di fondo è quello di uno sport idoneo a sviluppare competenze relazionali, emotive e creative, affinché la vera competizione sia con se stessi, per volersi migliorare. Il modello sportivo oggi dominante si fonda invece sull’agonismo.
A questo proposito, pensa che sia possibile risolvere il problema del doping ?
Purtroppo il doping è una piaga molto radicata nello sport agonistico. Forse è impossibile estirparlo. Questo perché oggi lo sport è spesso sfrenata competizione, anche se non dovrebbe essere così. Tanto varrebbe - lo dico come provocazione - legalizzare l’uso delle sostanze dopanti, per potere tenere il fenomeno sotto controllo e poter così evitare episodi tragici come la morte di Marco Pantani, un grande campione che nel gioco degli interessi legati al doping è stato una piccola pedina. E' un discorso triste ma vale la pena rifletterci: gli interessi farmaceutici che comandano questa pratica illecita, gli accordi tra società e sportivi che a volte interessano anche intere federazioni, sono una realtà saldamente ramificata nello sport. Come se non bastasse, queste dinamiche hanno portato ad un innalzamento dei requisiti per essere uno sportivo e per competere anche a livelli amatoriali. Il mondo medico infine incentiva e appoggia l'uso di sostanze energetiche che aprono la strada a sempre più forti, dannose, pericolose e scorrette droghe.
La vera sfida, oggi, è a mio parere quella relativa alle attività di base fatte dai minori: l’auspicio è quello di una diffusione di quell’idea di sport di cui parlavamo prima.
Quali strumenti ha la Regione per indurre le associazioni sportive a rendere pubblici i propri valori di riferimento, magari attraverso la predisposizione di un vero e proprio codice etico di comportamento?
L’Emilia Romagna è una delle regioni più attente al problema della responsabilità sociale, di cui sono investite tutte le associazioni e gli enti, profit o non profit, che operano nel mondo dello sport. A questo proposito, ha aderito ad un documento internazionale, stipulato a Gand, sull’etica nello sport.
Come definirebbe l’atteggiamento della popolazione nei confronti dello sport?
Possiamo dividere la popolazione in gruppi: uno di questi comprende persone che praticano regolarmente sport (3 o 4 volte la settimana, è il 35% circa). Un altro gruppo unisce i soggetti che fanno sì esercizio ma meno frequentemente e in ogni modo in modo occasionale (1 o 2 volte la settimana e che rappresenta anch'esso circa il 30%), mentre un terzo gruppo riunisce, ahimè, i sedentari cioè quelli che non fanno mai o quasi mai moto. Nonostante quest’ultimo rappresenti una realtà espressiva, la percentuale degli sportivi è considerevolmente aumentata contribuendo peraltro ad abbassare le spese sanitarie per le famiglie, in virtù di migliorate condizioni fisiche. Basti pensare che negli anni ’60 solo il 2% delle donne praticava regolarmente uno sport.
Tuttavia bisognerebbe promuovere un modello di sport inteso come obiettivo di salute e non solo di agonismo, un po’ come nel Nord Europa dove lo sport s’identifica con il fare movimento per realizzare uno stile di vita che produca benessere a livello fisico e psicologico.
Dovremmo cambiare atteggiamento. La partecipazione corale, la sana competizione unite ad uno stile di vita sano devono essere bandiere. Un dato che dovrebbe farci capire meglio la situazione e farci agire in questo senso è che il 50% dei bambini compresi nella fascia 10-14 anni si ritira dall'attività fisica e solo una parte di questi si riappacifica con lo sport, ricominciando a livello dilettantistico, solo anni dopo. Questo è un inconcepibile effetto del concetto sbagliato di sport contro il quale ho combattuto, combatto e continuerò a combattere.
Cosa fare perché la competizione non degeneri in prevaricazione?
La competizione nello sport è fondamentale. Deve essere per prima rivolta a se stessi per poter ottenere migliori risultati sul piano fisico e mentale. Lo sport gira tutto su questo concetto, o almeno dovrebbe. Il problema nasce appunto quando questo atteggiamento, da sana competizione degenera in prevaricazione. A questo punto l’individuo non gode dei piaceri del praticare sport ma punta soltanto a ottenere risultati migliori rispetto all’avversario. La differenza fondamentale fra competizione e prevaricazione è che la prima vede lo sport come motivo di crescita personale e nutre profondo rispetto per gli altri concorrenti puntando così a raggiungere gli ideali sportivi, mentre la seconda è uno scarno e nudo desiderio che si riflette nella sola ambizione di vincere. Possiamo quindi dire che la prevaricazione è un processo involutivo e dannoso per lo sport. Per evitare che accada bisogna insegnare la bellezza del praticare sport ed imparare a confrontarsi nel rispetto reciproco fin dai primi approcci. Tutto ciò deve essere accompagnato da un discorso su più larga scala dai media che ahimè oggi giorno non perseguono questo scopo.
In che senso Lei parla di sport come strumento delle politiche del benessere di un nuovo Welfare State?
Credo anzi sono certo che lo sport sia lo strumento portante in questo senso. Sul piano sociale, infatti, offre la possibilità di conoscere e farsi conoscere, di imparare l’uno dall’altro, di migliorare i rapporti interpersonali, anche per quanto riguarda la dimensione interculturale. Importante è appunto che ci sia un altro ambito per appianare le divergenze, per superare i pregiudizi basati sulla non conoscenza e aprire ai giovani, ma non solo, una prospettiva diversa da quelle superficiali e sbagliate purtroppo spesso dominanti. Per quanto riguarda l’aspetto economico, le persone che praticano sport rafforzano il fisico e sono in grado di affrontare meglio eventuali malattie. Questo punto è molto importante perché andrebbe a trarne giovamento non solo la persona che gode di migliore salute e che quindi vedrebbe calare le spese sanitarie ma anche lo Stato, le imprese e la collettività in generale. Infatti, i minor costi sanitari potrebbero essere investiti per altre politiche non meno importanti come la sicurezza ad esempio, e l’impresa sarebbe avvantaggiata dalla maggior produttività dei propri dipendenti che, tornando ai vantaggi del singolo, vedrebbero quindi aumentare la loro soddisfazione economica anche sul lavoro. E’ davvero importante incentivare lo sport.
Qual è il suo giudizio sulle nostre proposte relative alla creazione di Musei regionali dello sport e alla diffusione di scambi internazionali basati su gemellaggi?
La vostra proposta è davvero buona è importante. Esistono già musei regionali che come avete sottolineato hanno grande importanza. E’ nelle nostre intenzioni ampliare queste strutture per regalare a tutti i cittadini una forte e concreta testimonianza di come lo sport abbia contribuito a rendere la nostra regione quella che è. I gemellaggi sono un classico esempio di come la Regione si impegna concretamente per realizzare i sani principi nei quali crediamo. Stiamo cercando, con successo, di rendere questa regione luogo di gemellaggi con le più svariate nazioni. Sicuramente le iniziative che vengono realizzate, praticamente durante tutto l’anno, sono molto importanti; ma noi non ci accontentiamo.
Sono possibili forme di project financing per la realizzazione di impianti e infrastrutture sportive?
Certo! Questa nuova e ancora poco praticata modalità di finanziamento renderebbe più efficienti e diffusi gli impianti sportivi oltre a garantirne la varietà. Il project financing, o finanza di progetto, consiste, in pratica, nell’aggregazione intorno a un’iniziativa di investimento pubblico – penso, ad esempio a uno stadio – di soggetti privati, i quali concorrono con i propri capitali alla realizzazione dell’opera. Devo riconoscere che gli imprenditori più capaci saprebbero ottimizzare gli stanziamenti necessari per creare o ristrutturare ambienti già esistenti. E’una forma vantaggiosa anche perché lascerebbe all’ente pubblico l’organizzazione generale in modo da offrire un servizio per tutta la collettività. Auspico quindi che il mondo dei privati si possa congiungere con quello pubblico delle realtà locali più di quanto non accada oggi.
A proposito di enti locali, come si dovrebbe realizzare il nuovo federalismo?
Il federalismo fiscale si basa sull’idea che i beni e i servizi pubblici destinati a essere utilizzati in sede locale siano prodotti dai governi locali e finanziati dalla popolazione locale. Naturalmente il federalismo fiscale non deve rispondere soltanto al principio di efficienza economica nella destinazione delle risorse, ma deve farsi carico anche di esigenze di perequazione a favore di regioni economicamente più deboli. I contributi dei cittadini sono, quindi, fondamentali per l’economia regionale. Tuttavia anche gli stanziamenti provenienti dal governo centrale aiutano, in alcuni casi, le regioni a soddisfare i bisogni della popolazione e a garantire servizi adeguati.
Per quanto riguarda situazioni concrete che interessano anche la nostra regione, mi sembrano interessanti i casi delle aziende di trasporto pubblico e degli ospedali. Si tratta di ambiti in cui si sono realizzati grandi disavanzi, spesso dovuti alla dimensione troppo piccola delle imprese operanti. Allora, è giusto che lo Stato metta le Regioni in grado di azzerare i debiti pregressi, ma a quel punto devono essere queste ultime a dimostrare capacità di gestione efficiente delle risorse, anche attraverso scelte che, in prima battuta, possono sembrare impopolari, ma che a lungo andare potrebbero dimostrare la loro efficacia. Penso, ad esempio, alla chiusura di alcuni piccoli ospedali di provincia. Naturalmente la logica del federalismo fiscale presuppone che la gestione delle risorse finanziarie debba essere attuata da parte degli amministratori regionali nella maniera migliore possibile. A questo proposito penso che nel momento in cui viene a mancare la capacità e/o la volontà di questi ad operare in questo senso, lo Stato debba cessare di finanziare la regione inadempiente per sensibilizzare gli amministratori e costringerli a responsabilizzarli, affrontando i cittadini. Giusto è che una buona classe dirigente a livello politico-amministrativo goda dei finanziamenti statali, ingiusto è che questa paghi, insieme ai cittadini, per inadempienze altrui. Penso quindi che bisognerebbe mantenere sul piano del federalismo un’unità nazionale per evitare palesi disparità fra regioni…Però paga chi sbaglia, non gli altri.
Cosa pensa della proposta di abolire le Province?
L’abolizione delle Province è un procedimento drastico e a mio parere evitabile. Una Provincia comporta strutture, dipendenti, amministrazioni, consigli che costano tanto. Negli ultimi anni sono state create numerose nuove Province. Io non abolirei quelle già esistenti ma fermerei questa tendenza. Sono certo che così facendo si risolverebbe il problema, che sostanzialmente ha a che fare con quello dei costi della politica. Questo però va contro interessi politici ed economici sempre maggiori, quindi mi auguro che si possa in un qualche modo arrestare questa pratica di creare nuove collettività territoriali, che di fatto non servono ad arrecare veri benefici ai cittadini. Credo, tuttavia, che sarebbe utile l’abolizione delle Province laddove coincidono con le città metropolitane...
“C’è di meglio nella vita da fare che difendere le proprie idee.
Bisogna prima avere le idee giuste.
E per trovare quelle giuste bisogna restare leggeri, permeabili, morbidi, assorbenti.”
(Italo Calvino, Lezioni americane)
Con questo suggestivo viatico da parte di Massimo Pironi è terminato l’incontro. Poche ore, per noi di grande valore.
A cura di Luigi De Pietri, Classe V A IIS Meucci Carpi (MO)
Implementazione a cura di Emanuele Bassetti (coordinamento) e Andrea Gualandi (editing) - Laurea Specialistica Com.pass - www.compass.unibo.it