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Fair-play: un'arte innata

Il fair – play è una regola non scritta che incita il gioco corretto e la lealtà basandosi sul principio del giocare per la vittoria con onestà , rispetto delle regole, ma accettando l'eventuale sconfitta, portando sempre e comunque rispetto a compagni, avversari, arbitri e spettatori.

Il fair – play rifiuta ogni forma di corruzione, doping, razzismo e violenza, onorando coloro che difendono la buona reputazione dello sport. Questo concetto sembra, anzi, è irreprensibile, perfetto e non penso possano esserci grosse obiezioni perchè tutti vorrebbero uno sport trasparente e genuino. Il problema, attuale, è riuscire a trasferire tutte queste buone parole sui campi di gioco.

Un esempio concreto ci è fornito dalla Fiorentina, società che per prima ha recentemente promosso il “Terzo Tempo” al termine di ogni sua partita, e da sempre devota al fair – play.

Una nota di merito è sicuramente da riservare alla società viola che, oltre all’introduzione del “Terzo Tempo”, dopo l’avvento dei fratelli Della Valle, ha istituito un codice etico che dirigenti, allenatore e giocatori in primis sono tenuti a rispettare. In un calcio sempre più in ginocchio, non si può fare a meno che congratularsi e imparare da una società che quantomeno prova a dare al calcio italiano un’immagine migliore di quella obsoleta che sta offrendo. Quella della società gigliata è sicuramente un’iniziativa degna di elogi che ha coinvolto, successivamente, tutto il movimento calcistico italiano, il quale si è mobilitato istituendo ufficialmente questa cerimonia finale.

La conseguenza diretta di ciò che è successo sono le code di polemiche infinite sul perché solo nel gioco del calcio, per ottenere il giusto fair – play e smorzare i bollenti toni agonistici di fine gara, siano dovute intervenire le massime autorità calcistiche.

Negli altri sport, per esempio il rugby, il fair – play non viene quasi mai a mancare eppure non è ordinato da qualcuno ma è un gesto spontaneo. Sempre nel rugby, che è sicuramente uno sport più cattivo e rude del calcio sotto il profilo agonistico, esiste da sempre il “Terzo Tempo” e addirittura dopo la doccia le due squadre che si contendono la vittoria escono insieme per cenare, bere qualche birra, ballare e scherzare; alla faccia del fair–play nostrano!

Ormai nel calcio siamo abituati a vedere di tutto e non ci scandalizziamo più di fronte a tackle assassini da codice penale, tifosi che si distinguono dalle platee per vergognosi fischi razzisti e lanci di fumogeni o soggetti che effettuano atti illeciti che trasgrediscono norme giuridiche.

Il fair – play non fa parte del calcio e soprattutto del calcio nostrano, perchè è un qualcosa che culturalmente non ci appartiene, non a caso il termine deriva dalla cultura sportiva anglosassone, in cui fin da piccolo ti inculcano nella testa che combatti contro un avversario e non contro un nemico. È una questione di classe e noi in quanto a classe ne abbiamo di strada ...

Inclassificabile il fatto che per parlare di correttezza dentro e fuori dal campo in Italia, dobbiamo usare un termine straniero; e dobbiamo prenderlo in prestito proprio da quegli inglesi che anni fa hanno dovuto combattere il grande problema degli hooligans.

Il fair – play, purtroppo, uno o ce l’ha o non ce l’ha, fa parte dell’indole personale e dell’etica individuale, e penso sia tanto umiliante quanto deprimente che un gesto che dovrebbe essere istintivo debba essere obbligato.

Fair – play significa etica, lealtà e rispetto di tutto e tutti e queste sono massime che purtroppo non si possono apprendere sui libri, o sui regolamenti, neanche studiandoli e ristudiandoli per tutta la vita.

Link utili

Luca Rizzardi V A IIS Meucci di Carpi. Referente Prof. Giuliano Albarani.