Regione Emilia-Romagna: Assemblea legislativa

Introduzione

Dai rubinetti di ogni italiano sgorgano in media 220 litri d’acqua al giorno. Viaggiano su una rete di 291.900 chilometri, sette volte in lunghezza l’Equatore. Secondo i dati di Ecosistema urbano 2006, il rapporto di Legambiente sulla qualità ambientale dei capoluoghi di provincia italiani, le città che bevono di più sono Milano e Venezia, con oltre 400 litri pro capite mentre in fondo alla classifica ci sono Agrigento e Vibo Valentia, con 130 litri al giorno. Ma c’e un altro dato che colpisce: per fare arrivare l’acqua nelle nostre case si muovono oltre 6 miliardi di euro. È l’industria dell’acqua, in cui sono coinvolti 91 enti locali con il compito di fornire “acqua a uso umano”, acqua cioè che può essere bevuta o impiegata per preparare alimenti “senza pregiudizio alcuno per la salute”.

Ma perché serve una rete di controllo così costosa e capillare? Il problema è che trovare acqua buona da bere in natura è sempre più raro. Alterazioni di carattere chimico o microbiologico, o ambedue, rendono spesso non potabili anche acque limpide e assolutamente insospettabili. Per questo motivo l’acqua deve essere corretta con trattamenti sempre più massicci, a seconda della provenienza e del livello d’inquinamento.

Ma da dove arriva l’acqua che beviamo? L’ 85% arriva da laghi e fiumi. Nel primo caso è probabile che molti parametri rientrino nei limiti di legge, ma prima di essere immessa in rete deve, comunque essere disinfettata. Nel secondo caso deve subire diversi cicli di potabilizzazione, come accade a Torino, dove il Po finisce nei rubinetti dei cittadini dopo circa 13 passaggi, o a Firenze, dove l’acqua del limaccioso Arno subisce fino a 20 trattamenti.

L’acqua è sostanzialmente costituita da sali disciolti sotto forma di particelle cariche sia positive sia negative (ioni): l’acqua potabile quindi è una soluzione di ioni (ione calcio, ione sodio, ione bicarbonato, ione cloruro, ecc…). Questi ioni sono importanti per gli organismi viventi, le cui cellule svolgono le proprie funzioni perché immerse in soluzioni saline a concentrazioni costanti. Gli ioni, quindi, sono indispensabili per l’equilibrio cellulare. Per questo motivo è importante stabilire qual è il quantitativo ideale degli ioni nell’acqua potabile.

La normativa fissa valori minimi che non si devono superare. Tra le sostanze tossiche o indesiderabili che i controllori dell’acquedotto devono tenere sotto stretta osservazione c’è lo ione ammonio, che deriva principalmente dalle deiezioni umane e animali. La sua comparsa nell’acqua è un sicuro indice d’inquinamento da scarichi fognari e da allevamenti animali. Ma le vere sentinelle del cattivo stato delle fonti sono i nitriti e nitrati, prodotti dai processi ossidativi dello ione ammonio oppure generati dall’impiego di concimi chimici o organici in agricoltura. La soglia legale di questi composti è di 0 milligrammi/litro, ma il valore guida consigliato dall’Organizzazione Mondiale della sanità è di 5 milligrammi/litro.

Tra i parametri sottoposti a controllo c’e anche la torpidità: valori elevati possono denunciare la presenza di materiale argilloso o di idrossidi di ferro o alluminio. Inoltre l’acqua per definirsi potabile non deve contenere metalli e semimetalli tossici in concentrazione tali da rappresentare un rischio per la salute. Cadmio, cromo, piombo, arsenico, mercurio, nichel, selenio sono attentamente controllati e il loro livello limite, col tempo, è stato ridotto. Per esempio, l’arsenico dal 2003 a oggi è passato da 50 a 10 microgrammi, i metalli pesanti come il piombo e il cadmio, seppure in quantità infinitesimali, possono causare gravi danni alla salute, sono sufficienti 5 grammi di cadmio per contaminare 1.000 metri cubi d’acqua, un milione per litro.

Non va trascurata la grande famiglia degli inquinanti organici, rilasciati nell’ambiente dall’industrie. Ogni giorno ne vengono prodotti quantità crescenti, dagli effetti tossici sconosciuti, perché talvolta non si degradano o impiegano tempi lunghissimi per decomporsi. Nessun laboratorio potrà cercare le migliaia di queste sostanze immesse nel ciclo naturale e così ci si concentra solo su alcuni gruppi o composti spia, in totale 52 parametri. Oggi sono impiegate tecniche all’avanguardia per fornire un prodotto con sufficienti garanzie igienico-sanitarie: impianti a carboni attivi per eliminare solventi clorurati e altri inquinanti industriali; processi di ossidazione e filtrazione per togliere arsenico e manganese; uso dell’osmosi inversa per ridurre il contenuto dei nitrati.

Le acque distribuite in rete sono molto sicure sotto l’aspetto chimico e microbiologico, e ciò sia per l’evoluzione tecnologica degli impianti di potabilizzazione sia perché l’acqua trattata è costantemente controllata. La normativa, infatti, impone alle autorità di effettuare controlli giornalieri già in centri urbani di 150.000 abitanti, mentre nei Comuni con una popolazione inferiore la frequenza diminuisce leggermente. Eppure gli italiani non si fidano di ciò che esce dal loro rubinetto, nonostante le ormai numerose indagini sulla qualità del nostro servizio idrico dicano il contrario come, per esempio, indica la Quinta indagine nazionale realizzata da Federconsumatori in collaborazione con l’Arpa dell’Emilia Romagna, che promuove l’acqua di rubinetto.

Tra le 49 città prese in considerazione, ai primi posti troviamo Benevento, Bergamo, Campobasso, Mantova, Teramo, Gorizia e Roma. Quasi tutti gli altri comuni sono nella seconda fascia che comunque, secondo quanto spiegato nel rapporto, rappresenta una qualità più che apprezzabile.