Regione Emilia-Romagna: Assemblea legislativa

RagionEuropa - Numero 3 - Giugno 2008

Liberalsocialismo e non-violenza: la religione civile di Aldo Capitini

Giornata di studio presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Modena e Reggio Emilia venerdì 16 maggio 2008.

Sono intervenuti: Adriano Fabris (Università di Pisa), Michelangelo Bovero (Università di Torino), Giuliano Campioni (Università di Pisa) e Massimo Jasonni (Università di Modena e Reggio Emilia).


Aldo Capitini, segretario della Normale di Pisa, fu sostenitore della libertà e della coscienza individuali contro ogni forma di autorità istituzionalizzata. La liberazione dell’individuo dalle chiusure impostegli deve essere una conquista personale perennemente rinnovata. Capitini riprese la teoria gandhiana della non-violenza come strumento per combattere l’altrui violenza. Fu più volte imprigionato durante il fascismo per le sue idee e fu tra gli elaboratori delle tesi economiche e sociali del Partito d’azione.

Per intendere il concetto di religione civile in Capitini, è necessario rifarsi a due diverse interpretazioni del termine: religione deriva infatti da “religamen”, legame, e, secondo Cicerone, designa un’attività civile e rituale finalizzata al mantenimento della coesione sociale. Lattanzio, nelle “Institutiones”, parla invece di religione come legame verticale uomini-Dio. Specificato questo, per Capitini la religione non è 1) un espediente di esclusione verso altre identità in funzione della lotta   per l’autoaffermazione; 2) un veicolo per l’affermazione di alcuna appartenenza; 3) legata alla storia; 4) collegata a nessuna istituzione gerarchica. Il maggiore bersaglio di Capitini è quindi la Chiesa di Roma, la stessa che aveva sottoscritto il Concordato, e che voleva quindi recuperare un modello di religione civile funzionale al regime fascista, avvalendosi di un potere politico finalizzato a mantenere una situazione di predominio.

La religione deve essere invece “aperta”, capace di indirizzare la coscienza verso una dimensione universale. Essa consiste quindi in un’esperienza di relazione tra “finitezza” e “infinità”. L’infinità sopraggiunge a redimere la finitezza e si raggiunge attraverso l’esporsi alla finitezza altrui, all’esperienza e all’aperta acquisizione. E’ dunque necessario intendere “esperienza” nel suo significato tedesco (erfahrung) e quindi come viaggio al di là di se stessi, che si verifica nell’interazione con gli altri. Le conseguenze di questo sono la necessità di un ripensamento della religione e di un’iniziativa etico-politica, che sono accomunate dal proporre atteggiamenti concreti in cui il finito si relaziona veramente con l’aldilà di sé.

Capitini si rifiuta sin dal principio di considerare la realtà come un tutto immutabile, un blocco impenetrabile alle nostre aspirazioni: è consapevole della importanza dell'immanenza, del piano storico, ma non è disposto a divinizzarlo, accettando come mali inevitabili i suoi limiti. Né, del resto, questa consapevolezza lo spinge verso la Trascendenza. A ciò si oppone non solo la sua formazione filosofica, ma anche la considerazione che una Trascendenza autoritaria non fa che confermare gli aspetti violenti della natura e della storia.

Egli pensa una diversa realtà, la cui essenza non è separazione e conflitto, ma l'unità di tutti nel valore; un’unità che non è Totalità, non annulla, trascendendole, le singole individualità, ma le abbraccia e le salva, portandole verso la piena realizzazione del bene. Una realtà nella quale i morti stanno accanto ai vivi, impegnati in un' unica, corale impresa di superamento della logica vitale-violenta della natura e della storia. Capitini parla di realtà liberata, di realtà di tutti, di Uno-Tutti e, infine, di “compresenza”. E’ importante tener presente che per quanto riguarda questa ultima categoria, non si tratta di una categoria conoscitiva, ma di una categoria pratica. La compresenza, cioè, non e' una realtà da pensare, da cercare tra gli altri enti. E’ una realtà da attuare, è una “aggiunta” alla nostra esperienza del mondo. La grandiosa realtà di una comunione sovratemporale di tutti gli esseri viventi, unificati dalla creazione dei valori, non è oggetto di contemplazione, ma occasione di impegno, compito da attuare qui ed ora, con la certezza che la realtà violenta del mondo non potrà essere per sempre indifferente ed impermeabile ai valori, e che, come essa si lascia trasformare dalla tecnica umana, così dovrà lasciarsi spiritualizzare, abbandonare il limite, la contrapposizione e il male, per farsi realtà libera e liberata.

Per la realizzazione della società non istituzionalizzata ideata da Capitini è necessaria quindi l’”aggiunta religiosa”, che permette di inserirsi nella dialettica aperta finito-infinito, non chiusa come quella hegeliana.

Capitini si configura infine come un religioso e un rivoluzionario. Religioso perché mira al rinnovamento della società a partire dall’uomo, rivoluzionario perché vuole il cambiamento dell’uomo a partire dalla società.

A cura di
Cristiano Balugani, Tommaso Barbieri, Camilla Cottafavi, Natalia Guerrieri
Classe 1°C, Liceo Classico “L. A. Muratori”, Modena

 

Stato e Chiesa indipendenti e sovrani: sarà vero ?

L’8 maggio 2008 il docente ordinario di diritto costituzionale dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Prof. Gladio Gemma, ha tenuto una lezione alla classe 2^E del Liceo Classico “L.A. MURATORI” di Modena riguardante i rapporti tra Stato e Chiesa cattolica.

Esso è sempre stato oggetto di contrasti. Uno dei primi è stato nel XIX secolo, quando vi erano due concezioni: la prima, quella più antica, secondo la quale la religione è di stato, ossia è parte integrante di esso; la seconda, quella liberale, in base alla quale la religione interessa solamente la sfera privata e sociale.

Il primo avvenimento giuridico rilevante fu la concessione, nel 1848, dello Statuto Albertino da parte di Carlo Alberto nel Regno di Sardegna. Esso presentava un’ambivalenza, poiché da una parte mostrava un’impronta liberale, mentre nell’articolo 1 definiva di Stato la religione cattolica apostolica. Dopodichè si avviò un processo di laicizzazione del Regno Sabaudo, finché, nel 1861, anno dell’unità d’Italia, non sorse un nuovo contrasto, perché la Chiesa perse il suo potere territoriale. I motivi di questo ennesimo contrasto erano molteplici: da un lato la Chiesa rifiutava nuove ideologie, dall’altro sperava che il Regno d’Italia si disgregasse in modo da riprendere il controllo dello Stato Pontificio. Per porre fine a ciò, nel 1871 fu promulgata la legge delle Guarentigie, secondo la quale il Pontefice era trattato come un capo di stato, anche se in realtà non lo era ancora.

Il successivo avvicinamento della Chiesa alle correnti politiche maggioritarie fu rappresentato dai Patti Lateranensi firmati nel 1929, così chiamati perché stipulati nel palazzo di San Giovanni in Laterano in Roma. Essi erano divisi in Trattato e Concordato: il primo riconosceva l’indipendenza e la sovranità della Santa Sede e fondava lo Stato della Città del Vaticano; il secondo, invece, riguardava il rapporto tra l’Italia e il nuovo Stato, affinché la Chiesa avesse vantaggi come esenzioni fiscali, il matrimonio concordatario, la competenza dei tribunali ecclesiastici in materia di annullamento del matrimonio e, infine, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole.

Sempre nel 1929 fu approvata la legge sui culti diversi dalla religione cattolica e sul matrimonio celebrato davanti ai ministri degli stessi.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la caduta del fascismo si sentì il bisogno di ridefinire i punti fondamentali del rapporto tra Stato e Chiesa. Nella Costituzione Repubblicana del 1948 questo rapporto fu trattato negli articoli 7 e 8. Nel primo comma dell’articolo 7 lo Stato e la Chiesa sono riconosciuti come enti sovrani e indipendenti, ciascuno nella propria sfera di interesse. Riguardo al secondo comma dello stesso articolo ci fu un grosso scontro, dovuto al dubbio se inserire o meno i Patti Lateranensi, e alla fine si optò per inserirli.

Nell’articolo 8 si tratta, invece, di tutte le altre confessioni religiose, definite come egualmente libere davanti alla legge.

Nei due referendum svoltisi nel 1974 e nel 1981, riguardanti rispettivamente il divorzio e l’aborto, le posizioni della Chiesa non ottennero il sostegno della maggioranza.

Il riavvicinamento tra Stato e Chiesa avvenne nel 1984, quando Bettino Craxi e il Cardinal Casaroli siglarono il nuovo Concordato, nel quale, tra l’altro, la religione cattolica non veniva più riconosciuta come la religione di Stato ed il suo insegnamento nelle scuole statali divenne facoltativo. Lo stesso governo Craxi avviò delle intese riguardanti aspetti finanziari, culturali e in tema di matrimonio con varie confessioni acattoliche, sei delle quali approvate con legge ed altrettante stipulate ma non ancora approvate.

In seguito in classe si è aperto un dibattito molto acceso, che ha preso spunto dalla formulazione dell’articolo 7, primo comma, della Costituzione: è legittimo e giusto, e sino a che punto, che la Chiesa intervenga “marcando” il Parlamento e gli altri organi dello Stato?

…ai posteri l’ardua sentenza.

A cura di
Ilaria Venturelli, Eleonora Migliori, Federico Malavasi
2^E - Liceo Classico “L.A. MURATORI” di Modena