Regione Emilia-Romagna: Assemblea legislativa

RagionEuropa - Numero 2 - Aprile 2008

Da che lingua vieni?

“Mi rattrista sempre che vada persa una lingua perché le lingue sono il pedigree delle nazioni”: così il letterato inglese Samuel Johnson nel Settecento dei Lumi riconosceva la fondamentale importanza  che riveste la lingua all’interno di una società.

Già nel Trecento Dante, attraverso la parole del conte Ugolino, definiva la nostra penisola “il bel Paese là dove ‘l sì suona”(INF  XXXIII, 80), vedendo nelle cosiddette “lingue volgari” la piena espressione delle peculiarità delle genti italiche: lo stesso conte, del resto, riconosce Dante come fiorentino, proprio grazie alle parole del poeta.

In età romantica, cinque secoli dopo, alla provocatoria definizione con cui il ministro austriaco Metternich aveva battezzato il “bel Paese”(una pura “espressione geografica”) gli intellettuali   e i rivoluzionari italiani potevano obiettare i forti legami culturali e linguistici che li univano, almeno per quanto riguardava le élite.

E ancora: Manzoni auspicava la nascita di una nazione che fosse tra le altre cose “una di lingua”( Marzo 1821); in Prussia il filosofo Fichte infiammava gli animi dei suoi compatrioti vedendo nella lingua tedesca la più alta prova del valore del suo popolo. Questi riferimenti storico-letterari danno ragione allo scrittore Elias Canetti, secondo il quale ogni uomo, prima che  uno Paese, “abita” innanzitutto una lingua.

La lingua rappresenta un fortissimo legame socio-culturale: a livello locale (attraverso i dialetti), letterario (mediante le lingue colte), professionale (attraverso i gerghi) , nazionale.

Il linguaggio in tutta la sua ricchezza ha sempre instaurato un vincolo all’interno del gruppo umano di cui l’individuo fa parte. La condivisione di una lingua rappresenta la volontà di guardare e descrivere il mondo secondo un’ottica comune, di dare vita al dialogo, all’interazione, per garantire la crescita sia individuale sia collettiva.

Il bisogno di confrontarsi, di comunicare le proprie esperienze è sempre stato una necessità antropologica fin dalle origini stesse del genere umano, da quando i nostri antenati, atterriti di fronte ai più sconvolgenti fenomeni naturali, cercavano di esprimere le loro emozioni attraverso l’articolazione dei primi timidi suoni onomatopeici. Grazie allo sviluppo delle sue possibilità comunicative, l’uomo ha poi sviluppato in momenti diversi il mito, la cultura, la scrittura, quindi le leggi, la giustizia, i primi ordinamenti sociali fino alle forme più complesse di   vita associata, un traguardo che senza l’evoluzione del linguaggio non si sarebbe mai potuto raggiungere.

D’altro canto la lingua è stata spesso vista anche come un mezzo per ricondurre all’unità le realtà particolari, o almeno per creare un comune terreno di intesa: così ad esempio la concepiva Zamenhof  quando nel 1887 tentò di facilitare i rapporti internazionali attraverso la creazione a    tavolino dell’esperanto. La ricerca da parte del filologo polacco di una lingua universale gettò poi l’esca nel secolo successivo per nuove sintesi linguistiche.

Oggi il sogno di Zamenhof  sembra che si stia avverando. Infatti oltre alla tecnologia e al World Wide Web, l’esistenza di lingue globalmente studiate e parlate come l’inglese contribuisce in modo determinante alla definizione di un “sistema-mondo” articolato e funzionale: un sistema che permetta di portare ogni tematica, ogni riflessione, ogni dibattito in un contesto più ampio, su un unico tavolo a cui ogni individuo, in quanto “cittadino del mondo”, dovrebbe avere il diritto di sedersi. Il compito al quale i sistemi formativi e i media sono allora oggi chiamati consiste nel ricercare il delicato equilibrio fra assimilazione e particolarismo, fra globalizzazione e difesa delle tradizioni: un obiettivo che si potrà raggiungere attraverso l’uso di una lingua internazionale che sia un prezioso strumento per allargare i propri orizzonti ma che non cancelli le peculiarità culturali in cui ognuno, pur volgendosi all’innovazione e all’interazione, continuerà comunque a riconoscere le proprie radici.

Luca Molinari, Liceo Classico “L. A. Muratori”, Modena, classe 3°C, docente referente prof. Imperato Elisabetta
 

Quante lingue dobbiamo abitare

“Non abitiamo una nazione ma una lingua” è una significativa affermazione di Elias Canetti. Significativa perché oggi più che mai ci rendiamo conto di quanto sia fondamentale conoscere le lingue, di quanto sia necessario per vivere, muoversi, lavorare.

Quante lingue sono parlate al giorno d’oggi? Quanti dialetti? Innumerevoli migliaia. Ma perché considero personalmente “Triste” l’affermazione di Canetti? Si potrebbe discutere su questo.

Il fatto che siamo strettamente legati alla lingua che ci abita, ancora più che al posto in cui viviamo, può avere sia un risvolto positivo che uno negativo. Per certi versi è lo stesso problema della globalizzazione.

L’opposto dell’abitare una lingua è parlare tutti una lingua comune (sia essa l’esperanto, creato “a tavolino” o l’inglese; un tempo furono il latino o il francese, lingue della cultura), con l’evidente rischio di perdere un po’ quelle tradizioni a cui inevitabilmente si lega una cultura.

E’ vero che abitiamo una lingua: parlandola facciamo vivere quel sostrato culturale che costituisce il principale filtro di percezione del mondo. L’ultimo madrelingua del Mansh, una lingua celtica parlata nell’isola di Man, è morto nel 1974, ed è evidente che con lui non è morta solo una lingua ma l’intero sistema di tradizioni, usi e costumi che essa esprimeva.

Quell’uomo forse sentiva parlare il Mansh da suo nonno, che gli raccontava le favole e i miti del suo popolo, quando era piccolo. Del resto: che la morte di una lingua significhi declino e morte di un popolo (e che ne sia causa o effetto)è uno degli insegnamenti della Storia: è successo con il latino, che in coincidenza del declino dell’impero romano aveva perso la sua purezza classica.

E’ successo con le lingue delle popolazioni pre-colombiane, oggi parlate da ristrettissime comunità andine.

Il lato positivo dell’abitare una lingua è mantenere viva una tradizione o addirittura un paradigma culturale. E’ poi una vecchia questione, indagata già da Platone nel “Cratilo” e da Lucrezio nel “De Rerum Natura”se sia nata prima una certa mentalità o prima il linguaggio e quanto sia   nella lingua naturale e quanto convenzionale. Certamente la lingua greca si presta alla creazione di un lessico filosofico, ma questo deriva dal fatto che i Greci sono stati naturalmente portati alla speculazione filosofica o significa che hanno potuto filosofare perché avevano nella lingua un ottimo strumento per questo?

Probabilmente il rapporto che c’è tra un popolo e una lingua è un rapporto dialettico, di reciproca influenza.

Ma perché può essere una cosa negativa abitare una lingua? Potrebbe esserlo nel caso si parli solo quella lingua. In tal caso si tratterebbe di chiusura mentale. Dobbiamo imparare le lingue, studiarle per comprenderle e per comprendere le persone e le culture che le “abitano”.

Luigi Lonardo, classe 2° C, Liceo Classico “L. A. Muratori”, docente referente prof. Elisabetta Imperato

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