Ancora una volta Piacenza è stata onorata dalla presenza del Professor Nicola Criniti ordinario di Storia antica, Epigrafia latina e di Storia economica e sociale del mondo antico presso l’Università di Parma, presenza dovuta alla realizzazione di un progetto sulle differenze di genere ideato ed in fase di realizzazione da parte di classi del Liceo Scientifico Respighi in collaborazione con classi delle scuole medie Dante-Carducci e Calvino.
Di fronte ad un folto pubblico di studenti ed alle rispettive insegnanti,professoresse Bertoncini, Antonucci, Albasi, Avanzini, Bacciocchi e Marcotti, il professor Criniti ha iniziato una lezione-stimolo circa il ruolo e la natura della donna nella società romana. Richiamando il titolo di una sua pubblicazione, la definisce subito imbecillus sexus, sesso debole, inferiore, incapace di andare in guerra e di tutelare quindi la patria: la donna romana non possiede diritti civili, non è cittadina a tutti gli effetti, è subordinata prima al padre e poi al marito, non compare dotata di un nome preciso, ma è sempre e solo figlia di o sorella di o moglie di ( benedetto sia Cicerone che chiamava affettuosamente la figlia con il vezzeggiativo Tulliola), solo i maschi sono prediletti alla nascita, le figlie sono un incidente di percorso, anche se del loro corpo vi è bisogno per generare i futuri difensori dell’imperium sine fine romano. Per questo della donna futura moglie ( nella realtà una ragazzina di 12-14 anni) si bada che i fianchi siano ampi ed il seno florido, elementi reputati indispensabili per procreare e per allattare i nascituri.
La lezione del professore, che si rivolge con semplicità ai giovani studenti, cattura l’attenzione grazie al continuo rimando tra ieri ed oggi che rivela la difficile condizione della donna considerata per secoli, e non solo nel mondo antico, sexus natura invalidus, diaboli ianua, oggetto di scrittura, ma praticamente sempre di una penna maschile che non ha certo sentito il bisogno di cambiare le regole di una realtà maschilista e misogina.
Si tocca il tanto attuale tema dello stupro, dell’adulterio, dell’abbigliamento, si accenna alle doctae puellae, titolo allora infamante: insomma, alla donna è concesso solo un ruolo privato, nascosto, appartato, salvo non essere ancora di più strumentalizzata se degradata a cortigiana o ballerina, mentre solo all’uomo spetta il ruolo pubblico. Del resto, sostiene il professore, anche le fonti in nostro possesso sono quasi tutte a firma maschile e noi possiamo filtrare il passato solo attraverso lo sguardo di uomini abituati a trattare le donne come res. Solo un palestinese di nome Gesù ha completamente scardinato i ritmi del comportamento maschile frequentando e ridando dignità a vedove, prostitute, donne comuni ma, dopo la sua rivoluzione, si è subito ripreso il precedente paradigma, più comodo e rassicurante per il popolo dei vincitori di turno, come sempre maschi. E oggi? Vi è ancora molto da fare, i salari non sono ancora paritari tra uomo e donna, il mondo del lavoro dà più spazio all’uomo e la donna si lascia strumentalizzare dal mondo dei media che la vuole oggetto di desiderio, ma spesso solo oggetto.
L’invito del Docente agli studenti è quello di non lasciarsi, invece, strumentalizzare dal conformismo culturale, di essere fieri della propria diversità, riflettendo sul fatto che ogni potere forte ha cercato sempre di condizionare la storia e la cultura del popolo che dominava con modelli imposti, con buona pace delle catastrofi che hanno causato.