Elementi sui processi sociali e culturali relativi alla violenza
Il fenomeno ed il concetto di violenza verso le donne è ricorrente nella storia e, nel corso del tempo, è stato considerato, in modo differente, a seconda delle interconnessioni al contesto culturale, sociale e istituzionale di riferimento.
Il tipo di norme approvate contro la violenza alle donne e il loro modo di essere interpretate riflettono proprio questi processi sociali e culturali che fanno da sfondo al fenomeno. Per esempio, in Italia è solo con l'approvazione del nuovo diritto di famiglia nel 1975, e a partire dalle pressioni esercitate dal movimento delle donne, che viene abolita l'autorità maritale cioè la liceità, da parte del coniuge di far uso di "mezzi di correzione" e disciplina nei confronti della propria moglie; e ancora, è solo nel 1981 che scompare dal nostro codice il "delitto d'onore" e il "matrimonio riparatore", il primo che permetteva ai mariti di godere di sensibili sconti di pena nel caso in cui avessero ucciso la propria moglie per infedeltà, il secondo che consentiva, a chi avesse commesso uno stupro, di vedere estinto il proprio reato qualora avesse contratto matrimonio con la propria vittima.
Nel 1996, con l'approvazione della nuova legge sulla violenza sessuale Legge n. 66/19996, si è operato un fondamentale cambiamento di prospettiva nella cultura giuridica dominante, attraverso una modifica sostanziale sul piano giuridico, cioè il cambiamento di rubricazione della violenza sessuale da "reato contro la morale e il buon costume" a "reato contro la persona e contro la libertà individuale".
Nel 1997 viene emessa una Direttiva del Presidente del Consiglio che, partendo dalle Piattaforma di Pechino, ha impegnato il Governo e le istituzioni italiane a prevenire e contrastare tutte le forme di violenza fisica, sessuale e psicologica contro le donne, dai maltrattamenti familiari al traffico di donne e minori a scopo di sfruttamento sessuale.
Infine, nel 2001 viene esitata la Legge 154 sull'allontanamento del familiare violento per via civile o penale, che prevede misure di protezione sociale per le donne che subiscono violenza e trafficate, per queste ultime con o senza collaborazione giudiziaria.
Negli anni Sessanta vengono intrapresi i primi studi sul tema della violenza da psichiatri e psicologi, in particolare statunitensi e inglesi, che concentrano la loro attenzione sui gruppi clinici di uomini violenti (aggressori e violentatori). Il comportamento aggressivo maschile viene fatto risalire o alle caratteristiche psicologiche individuali devianti dalla norma, oppure alle loro mogli, cioè l'aggressione viene considerata come una reazione a un comportamento della donna "non sufficientemente femminilizzato", perché poco docile e passiva o poco dipendente e disponibile.
In questo modo il fenomeno della violenza viene collocato nella categoria della patologia, mentre si afferma una colpevolizzazione della donna per la violenza subita e a lei viene attribuita la responsabilità del maltrattamento: "Se l'è cercata".
Negli anni Sessanta e Settanta il movimento femminista, divenuto attore socialmente rilevante in tutto il mondo, sollecita una nuova definizione della violenza contro le donne, puntando al riconoscimento della sua connotazione "sessuata" e legando il problema al modo in cui si strutturano le relazioni tra gli uomini e le donne nella società.
Ciò ha portato ad un radicale ed incisivo cambiamento nella definizione del fenomeno, a partire da una rilettura del sistema dei diritti umani da un punto di vista di genere, e allo sviluppo di una "terminologia di genere" in grado di dare un significato nuovo al problema della violenza alle donne. In questo percorso di riconoscimento della violenza come fenomeno legato alla relazione di tra i sessi, un ruolo fondamentale è stato svolto, a partire dagli anni Ottanta in Italia, e negli anni Settanta nelle altre nazioni europee, dai Centri antiviolenza e dalle Case di accoglienza per donne maltrattate o violate, che, coniugando pratica e politica d'intervento al problema, hanno dato visibilità alla violenza facendo emergere nella sua drammaticità l'entità della sua incidenza, rompendo quel patto d'innominabilità che per tanto tempo l'ha relegata nel regno del silenzio e del non detto.
Il fiorire di un dibattito sempre più presente nei luoghi politici delle donne e nel mondo scientifico, infatti, e la contemporanea costruzione di luoghi concreti di sostegno per chi vive situazioni di violenza, ha prodotto modelli di intervento "specializzati" nella pratica di aiuto alle donne, dando vita ad una teoria e una metodologia di accoglienza che oggi gli stessi Centri sono invitati a "esportare" nei luoghi istituzionali che intervengono sul problema, lavorando con gli operatori dei servizi sociali, sanitari, scolastici e delle forze dell'ordine, chiamati, per i loro compiti istituzionali, a costruire progetti di sostegno alle donne ed alle/ai bambine/i che vivono situazioni di violenza e di abuso.
Il punto di svolta proposto dai Centri nell'approccio al tema della violenza è la sperimentazione di una pratica politica tra donne, che ribalta l'ottica dell'intervento da una posizione che considera la donna come "vittima", soggetto passivo e debole (processo di vittimizzazione ritenuto senza via d'uscita, perché connesso al "destino" femminile), ad una considerazione della donna come soggetto credibile, forte, che interagisce con le violenze subite, ma capace di fronteggiare la situazione per proteggere se stessa e i propri figli.
Una donna in difficoltà, ma capace di poterla superare e di potere costruire nuove condizioni di vita per sé e per i propri figli.
Elementi sul fenomeno e sulle sue caratteristiche
È largamente diffusa l'opinione che la violenza alle donne interessi prevalentemente strati sociali emarginati, soggetti patologici, famiglie multiproblematiche. In realtà è un fenomeno che appartiene più alla normalità che alla patologia e riguarda uomini e donne di tutti gli strati sociali, esiste in tutti i paesi, attraversa tutte le culture, le classi, le etnie, i livelli di istruzione, di reddito e tutte le fasce di età.
Nella nostra cultura la famiglia viene spesso identificata come luogo di protezione dove le persone cercano amore, accoglienza, sicurezza e riparo. Ma, come mostrano le evidenze, per molte donne è invece un luogo di rischio, dove si mette in pericolo la vita. Dai dati rilevati è il luogo dove più frequentemente viene agita la violenza, di solito ad opera di uomini che con le donne hanno, o hanno avuto un rapporto di fiducia e di intimità, ma anche di potere. Quasi sempre i comportamenti violenti sono commessi da una persona intima della donna, il partner -convivente, e da altri membri del gruppo familiare (padri, fidanzati, ex-partner, fratelli, figli).
La violenza di genere si presenta generalmente come una combinazione di violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica, con episodi che si ripetono nel tempo e tendono ad assumere forme di gravità sempre maggiori, immettendosi nel solco del "ciclo della violenza", studiato attentamente soprattutto in Canada e negli USA.
Nonostante tutto il lavoro svolto in questo trentennio, sul piano pubblico, la violenza maggiormente "evidente" è la violenza sessuale agita da estranei, mentre per le violenze intrafamiliari è solo l'omicidio quello che conquista rilievo rispetto ai media. Restano nell'area grigia della non evidenza pubblica tutte quelle forme di violenza agite all'interno della famiglia, che si presentano con le caratteristiche di un insieme di comportamenti che tendono a stabilire e a mantenere il controllo sulla donna e a volte sulle/i figlie/i.
Si tratta di vere e proprie strategie che mirano ad esercitare potere sull'altra persona, ricorrendo a vari tipi di comportamento: distruggere i suoi oggetti, uccidere gli animali che le appartengono, sminuire o denigrare i suoi comportamenti e il suo modo di essere, mettere in atto scenate di gelosia immotivate, minacciare di violenza, attuare forme di controllo sui movimenti e sul denaro, imporre dei limiti che portano all'isolamento sociale.
Il risultato che si determina è quello di creare un clima costante di tensione, paura e minaccia, in cui l'esercizio della violenza fisica o sessuale può avvenire anche in modo sporadico e tuttavia risultare estremamente efficace poiché costantemente presente.
Aiutare una donna che subisce violenza
La violenza di genere si presenta generalmente come una combinazione di violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica, stalking, con episodi che si ripetono nel tempo ed assumono gravità crescente. La violenza agita dal partner all'interno della famiglia si presenta con le caratteristiche di un insieme di comportamenti che tendono a stabilire, ed a mantenere, il controllo sulla donna e a volte sui/lle figli/e. Si tratta di vere e proprie strategie che mirano ad esercitare un potere sull'altra persona. Il risultato è un clima costante di tensione, di paura e di minaccia.
Tipi di Violenza
Violenza Sessuale
Ogni imposizione di pratiche sessuali non desiderate. Vi sono compresi comportamenti quali: coercizione alla sessualità, essere insultata, umiliata o brutalizzata durante un rapporto sessuale, essere presa con la forza, essere obbligata a ripetere delle scene pornografiche, essere prestata ad un amico per un rapporto sessuale;
Maltrattamento Fisico
Ogni forma d'intimidazione o azione in cui venga esercitata una violenza fisica su un'altra persona. Vi sono compresi comportamenti quali: spintonare, costringere nei movimenti, sovrastare fisicamente, rompere oggetti come forma di intimidazione, sputare contro, dare pizzicotti, mordere, tirare i capelli, gettare dalle scale, cazzottare, calciare, picchiare, schiaffeggiare, bruciare con le sigarette, privare di cure mediche, privare del sonno, sequestrare, impedire di uscire o di fuggire, strangolare, pugnalare, uccidere;
Maltrattamento Economico
Ogni forma di privazione e controllo che limiti l'accesso all'indipendenza economica di una persona. Vi sono inclusi comportamenti quali: privare delle informazioni relative al conto corrente e alla situazione patrimoniale e reddittale del partner, non condividere le decisioni relative al bilancio familiare, costringere la donna a spendere il suo stipendio nelle spese domestiche, costringerla a fare debiti, tenerla in una situazione di privazione economica continua, rifiutarsi di pagare un congruo assegno di mantenimento o costringerla a umilianti trattative per averlo, licenziarsi per non pagare gli alimenti, impedirle di lavorare, sminuire il suo lavoro, obbligarla a licenziarsi o a cambiare tipo di lavoro oppure a versare lo stipendio sul conto dell'uomo.;
Maltrattamento Psicologico
La violenza psicologica accompagna sempre la violenza fisica ed in molti casi la precede. È ogni forma di abuso e mancanza di rispetto che lede l'identità della donna. Il messaggio che passa attraverso la violenza psicologica è che chi ne è oggetto è una persona priva di valore e questo può determinare in chi lo subisce l'accettazione in seguito di altri comportamenti violenti. Si tratta spesso di atteggiamenti che si insinuano gradualmente nella relazione e che finiscono con l'essere accolti dalla donna al punto che spesso essa non riesce a vedere quanto siano dannosi e lesivi per la sua identità. Il maltrattamento psicologico procura una grande sofferenza e si manifesta con molteplici tipologie e modalità: svalorizzazione, trattare come un oggetto, eccessiva attribuzione di responsabilità, indurre senso di privazione, distorsione della realtà oggettiva, comportamento persecutorio (stalking), indurre una paura cronica.
Stalking
Si tratta di una forma di vera e propria persecuzione che si protrae nel tempo (può durare mesi o anni) che si compone di una serie di comportamenti tesi a far sentire la vittima continuamente controllata ed in uno stato di pericolo e tensione costante. Ad esempio: seguire la donna nei suoi spostamenti, aspettarla sotto casa, fare incursioni sul posto di lavoro al fine di provocare il suo licenziamento, fare continue telefonate in tutte le ore del giorno e della notte, danneggiare la macchina o lasciare scritte infamanti nei luoghi frequentati dalla donna, minacciare di morte.
Stereotipi e luoghi comuni della violenza
Si crede che la violenza verso le donne sia un fenomeno poco diffuso.
Invece è un fenomeno esteso, anche se ancora sommerso e per questo sottostimato. Ci sono molte donne che hanno alle spalle storie di maltrattamenti ripetuti nel corso della loro vita.
Si crede che la violenza verso le donne riguardi solo le fasce sociali svantaggiate, emarginate, deprivate.
Invece è un fenomeno trasversale che interessa ogni strato sociale, economico e culturale senza differenze di età, religione e razza.
Si crede che le donne siano più a rischio di violenza da parte di uomini a loro estranei.
Invece i luoghi più pericolosi per le donne sono la casa e gli ambienti familiari, gli aggressori più probabili sono i loro partner, ex partner o altri uomini conosciuti: amici, familiari, colleghi, insegnanti, vicini di casa.
Si crede che solo alcuni tipi di uomini maltrattino la propria compagna.
Invece come molti studi documentano non è stato possibile individuare il tipo del maltrattatore, né razza o età o condizioni socioeconomiche o culturali sono determinanti. I maltrattatori non rientrano in nessun tipo specifico di personalità o di categoria diagnostica.
Si crede che la violenza non incida sulla salute delle donne.
Invece la violenza di genere è stata definita dall'OMS come un problema di salute pubblica che incide gravemente sul benessere fisico e psicologico delle donne e di tutti coloro che ne sono vittima.
Si crede che la violenza verso le donne sia causata da una momentanea perdita di controllo.
Invece la maggior parte degli episodi di violenza sono premeditati: basta solo pensare al fatto che le donne sono picchiate in parti del corpo in cui le ferite sono meno visibili.
Si crede che i partner violenti siano persone con problemi psichiatrici o tossicodipendenti.
Invece credere che il maltrattamento sia connesso a manifestazioni di patologia mentale ci aiuta a mantenerlo lontano dalla nostra vita, a pensare che sia un problema degli altri. Inoltre la diffusione della violenza degli uomini contro le donne esclude che si tratti di la possibilità della devianza, dell'eccezionalità.
Si crede che gli uomini violenti siano stati vittime di violenza nell'infanzia.
Invece il fatto di aver subito violenza da bambini non comporta automaticamente diventare violenti in età adulta. Ci sono infatti sia maltrattatori che non hanno mai subito o assistito a violenza durante l'infanzia, sia vittime di violenza che non ripetono tale modello di comportamento.
Si crede che alle donne che subiscono violenza "piace" essere picchiate, altrimenti se ne andrebbero di casa.
Invece paura, dipendenza economica, isolamento, mancanza di alloggio, riprovazione sociale spesso da parte della stessa famiglia di origine, sono alcuni dei numerosi fattori che rendono difficile per le donne interrompere la situazione di violenza.
Si crede che la donna venga picchiata perché se lo merita.
Invece nessun comportamento messo in atto dalle donne giustifica la violenza da loro subita ed inoltre gli episodi di violenza iniziano abitualmente per futili motivi.
Si crede che i figli abbiano bisogno del padre anche se violento.
Invece gli studi a questo riguardo dimostrano che i bambini crescono in modo più sereno con un genitore solo piuttosto che in una famiglia in cui il padre picchia la madre.
Si crede che anche le donne sono violente nei confronti dei loro partner.
Invece una significativa percentuale di aggressioni e di omicidi compiuti dalle donne nei confronti del partner, si verifica a scopo di autodifesa e in risposta a gravi situazioni di minaccia per la propria sopravvivenza. Inoltre, quando esiste si configura in modo diverso e raramente assume le caratteristiche di sistematicità e lesività che caratterizzano il maltrattamento maschile.
Conseguenze della Violenza
Subire violenza è un'esperienza traumatica e le conseguenze sulla salute possono essere molto gravi.
Non esiste una "tipologia" della donna maltrattata ma conoscere alcune delle conseguenze della violenza sulla donna può aiutare a comprenderne meglio i comportamenti.
La violenza provoca importanti danni fisici e psichici, a breve ed a lungo termine, ed in alcuni casi può dare luogo, direttamente o indirettamente (omicidio, suicidio, gravi patologie correllate) alla morte della vittima.
La violenza implica una grave e pervasiva invasione del sé, annientando il senso di sicurezza della donna e la fiducia in se stessa e negli altri.
Impotenza, passività, seno di debolezza, isolamento, confusione, incapacità di prendere decisioni sono alcuni fra gli effetti più frequenti. Violenze gravi e soprattutto ripetute, creano nella donna un sentimento di ansia intensa o di paura generalizzata. I ricordi delle violenze possono emergere in modo inaspettato, sotto forma di incubi, flashback o "interferenze" nella vita quotidiana ("Sindrome post-traumatica da stress").
Sovente la donna soffre di depressione o di disturbi d'ansia e, soprattutto tra le giovani, di disturbi alimentari.
Sono frequenti i tentativi di suicidio così come le forme di addiction (più frequentemente alcool).
Dai dati dell'OMS emerge che la violenza e lo stato di stress conseguente possono determinare una pletora di disturbi fisici (disturbi ginecologici e gastrointestinali, dolori cronici, astenia cronica, cefalea persistente ecc.)
Motivi per cui non si lascia il partner
- Situazione di pericolo (quando una donna decide di lasciare il partner violento la situazione tende a diventare più pericolosa per la sua incolumità)
- Mancanza di sostegno esterno, sia familiare che da parte dei servizi istituzionali
- Autobiasimo (la donna tende a ritenere sé colpevole della violenza)
- Tentativi di salvare il matrimonio (la donna per salvare la famiglia continua a tentare di mantenere la relazione con il coniuge violento sperando di poterlo cambiare)
- Tentativi di cambiamento (la donna può chiudere e riaprire la relazione con il partner violento più volte per verificare la possibilità di un cambiamento effettivo del partner, per valutare oggettivamente le risorse esterne ed interne disponibili, per verificare la reazione delle/i figlie/i alla mancanza del padre)
Valutazione del rischio
Durante il colloquio occorre definire la domanda della donna e valutare con lei la strada che è pronta a compiere, tenendo conto della sua storia e dei suoi desideri. Occorre indagare:
- in quale momento del ciclo della violenza si situa l'intervento
- quale evoluzione ha conosciuto la coppia e la violenza nella storia della coppia (sarà utile trovare e nominare i tipi di violenza ed la loro gravità)
- a quale grado di elaborazione interiore della sua storia è pervenuta (negazione, colpevolizzazione, ricerca di soluzioni per la coppia, o di una soluzione autonoma)
Tutti questi aspetti influenzano le attitudini a parlare della violenza e a trovare delle strategie a breve e a lungo termine. Nel caso in cui la donna decida di tornare a casa è necessario sostenere la sua decisione ed aiutarla a trovare dei mezzi per la sicurezza sua e dei bambini (costruire con la donna uno scenario di protezione).
È importante valutare alcuni elementi e/o comportamenti la cui presenza denota alto rischio di letalità:
- la donna riferisce di temere per la propria vita
- gli episodi di violenza accadono anche fuori casa
- il partner è violento anche nei confronti di altri
- il partner è violento anche nei confronti dei/lle bambini/e
- ha usato violenza anche durante la gravidanza
- ha agito violenza sessuale contro la donna
- minaccia di uccidere lei o i/ bambini/e e/o minaccia di suicidarsi
- aumentata frequenza e gravità degli episodi violenti nel tempo
- abuso di droghe da parte del maltrattatore, soprattutto di quelle che determinano un aumento della violenza e dell'aggressività (cocaina, anfetamine, crack)
- la donna programma di lasciarlo o di divorziare nel prossimo futuro
- il maltrattatore ha saputo che essa ha cercato aiuto esterno
- lui dice di non poter vivere senza di lei, la pedina e la molesta anche dopo la separazione
- la donna ha riportato in precedenza lesioni gravi e/o gravissime
- presenza in casa di armi (soprattutto da fuoco) facilmente raggiungibili
- il maltrattatore ha minacciato i parenti o/e gli/le amici/che della donna
La copresenza di tre o più di questi fattori è indice di un alto rischio di letalità. Se la donna non si sente in pericolo ma l'operatore/trice ritiene il contrario, è necessario parlarne apertamente con lei esponendo le proprie preoccupazioni.
Scenario di protezione
Nel caso in cui la donna si trovi in una situazione ad alto rischio e sta progettando di lasciare il marito/partner è importante studiare con lei un piano di sicurezza. Le possibilità sono: lasciare il partner e stabilirsi temporaneamente in un luogo sicuro non lasciare il partner e tornare a casa.
Se decide di lasciare il partner verificare:
- se può trovare ospitalità presso la sua famiglia di origine o da qualche amica/o di fiducia
- se è necessario, trovare ospitalità presso una casa-rifugio di un centro Antiviolenza o presso altra struttura del territorio o di un altra città
Se decide di tornare a casa dal partner occorre costruire lo scena rio di protezione e verificare:
- le precedenti strategie di protezione da lei utilizzate e valutare se potrebbero funzionare ancora
- se un'amica/o o un/a parente potrebbero funzionare da deterrente contro la violenza
- se è possibile costruire una rete di supporto da attivare nelle situazioni di emergenza (chi chiamare?)
- se nell'emergenza c'è un telefono facilmente accessibile per avvisare le Forze dell'Ordine, i vicini o qualche parente
- se nella situazione di pericolo può scappare o può andare in un posto sicuro
- se ci sono armi in casa e se può neutralizzarle
- verificare se ha del denaro
ed inoltre:
- tenere preparate sempre le cose essenziali da portare con sé in caso di fuga da casa
- far preparare una valigia d'emergenza da nascondere in un posto facilmente
Il Ciclo della Violenza
Ciò che viene denominato come ciclo della violenza, è la rappresentazione di un circuito che si sviluppa nel corso del tempo in modo graduale, a partire da violenze verbali o atteggiamenti svalorizzanti.
Gli episodi violenti si scatenano spesso per motivi banali e sono seguiti da scuse e pentimento da parte del partner/aggressore, alternando così la crisi violenta con la cosiddetta "luna di miele", periodo in cui il rapporto, apparentemente più saldo, riprende come se niente fosse accaduto. La donna, nella speranza che il domani sarà diverso, che il pentimento sortisca in un cambiamento strutturale, si trova a minimizzare le tensioni e a nascondere all'esterno e a se stessa il proprio disagio e la pericolosità della situazione.
Subire violenza è un'esperienza traumatica, che produce effetti diversi a seconda del tipo di violenza subita e della persona che ne è vittima. Le conseguenze possono essere molto gravi ed è necessario considerare che la degenerazione di alcune situazioni dipende spesso dal tipo di risposta che una donna riceve nel momento in cui chiede aiuto all'esterno, dal sostegno o dal mancato sostegno che ha trovato nei familiari non abusanti, nelle amiche o nei professionisti.
Il percorso di ricerca di aiuto può essere lungo e difficile. Ogni donna è diversa, ciascuna ha una propria soglia di tolleranza della violenza e si trova ad agire in contesti differenti. Alcune pongono fine alla relazione dopo il primo episodio, altre cercano per mesi e per anni di fare in modo che "lui cambi" e si decidono a lasciare il partner violento soltanto quando ogni strada è stata percorsa.
Il fatto stesso di ammettere che c'è un problema e che non può risolverlo da sola produce sofferenza. Inizialmente la donna, mantenendo la relazione con il partner, cerca in tutti i modi di fermare la violenza, senza ricorrere all'aiuto esterno, facendo leva sulle sue risorse personali. Successivamente cerca l'appoggio di familiari e parenti e, infine, nel caso in cui non si sia verificato alcun cambiamento, ricorre a soggetti istituzionali come Servizi sociali e Forze dell'Ordine.
In base agli studi realizzati si è prodotto materiale utile alla formazione ed alla conoscenza del fenomeno e di come questo possa essere affrontato.
DOSSIER n. 26 / novembre 2006
A cura di Claudia Antonini e Antonella Oriani della Biblioteca dell'Assemblea legislativa
DOSSIER n. 26 / novembre 2006
A cura di Claudia Antonini e Antonella Oriani della Biblioteca dell'Assemblea legislativa
Edizione web: 17 novembre 2006
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