Nel gergo burocratico di Bruxelles viene definita da un acronimo di tre lettere, INN: Illecita, Non dichiarata e Non regolamentata.
In altre parole, l’applicazione sul mare della logica del profitto facile e immediato, che si consuma ininterrottamente da due decenni con una sofisticazione tecnologica crescente e sempre più devastante: bracconaggio travestito da pesca sportiva, pesca indiscriminata praticata a ridosso della costa che non permette ai pesci di raggiungere l'età della riproduzione, il tutto supportato da norme e cavilli che consentono da anni l'uso di reti proibite.
Mediterraneo, Atlantico e mar Baltico corrono i medesimi rischi ambientali
Per giunta, lo svuotamento delle aree sottocosta spinge i nostri pescherecci anche in aree meno sviluppate dell’Africa (come la foce e le coste del Senegal), con un impatto disastroso sulle economie tradizionali locali, oppure contribuisce allo sfruttamento eccessivo di aree fluviali e marittime dell’Asia (come il delta del Mekong in Vietnam).
Gli Stati europei contribuiscono perciò all’esaurimento del pesce, e delle economie che ne dipendono, che si sta consumando in tutto il pianeta, oltre che alle proprie. Ma che senso ha
Le parti in gioco sono, come sempre: i consumatori; i distributori; i pescatori, piccoli e grandi, e gli Stati, spesso politicamente vulnerabili agli interessi di queste lobby.
Dalla fine degli anni Novanta, l’UE si è posta il problema della conversione dell’attività di pesca che ha sfamato per tanto tempo famiglie e zone delle coste, erogando decine di migliaia di euro. Tuttavia, negli ultimi tempi queste non rappresentano più la reale cultura della zona, dato che è solamente l’utilizzo distorto delle più moderne tecnologie (reti, radar, etc.), tutt’altro che “tradizionali”, a creare i veri danni. Non è infine necessario abbandonare la pesca, ma si tratta semplicemente di ricominciare a praticarla con modi meno invasivi. Devono essere abbandonati gli strascichi, che uccidono specie indifese e indesiderate, e raschiano il suolo privandolo della vegetazione e livellandone le rocce dove trovano rifugio piante e animali. Pochissimi i casi di pesca tradizionale (come l’amo o l’arpione), secondo i metodi ritenuti legali anche dall’UE: purtroppo, questi non sono in grado di competere, per volume di pescato e profitto, con le multinazionali del pesce e i piccoli pescatori illegali.
Spetta in primo luogo agli Stati garantire il rispetto delle norme con controlli sistematici e integrati tra porti, aree di mare e luoghi di smercio.
Anche i consumatori, spesso inesperti, possono giocare la loro parte: ad esempio rifiutando di comperare i pesci di taglia troppo piccola, dato che si tratta di esemplari troppo giovani che non hanno avuto il tempo di riprodursi. Sanzioni amministrative per gli acquirenti e penali per i venditori sono d’altronde già previste dalle leggi di molti paesi europei.
Ma non basta: i risultati scarseggiano e la natura non può più aspettare. I dati relativi al 2008, presentati dalla Commissione questo mese, confermano che le nostre risorse ittiche sono costantemente oggetto di pesca eccessiva, ben al di là dei limiti stabiliti per consentire a flora e fauna di riprodursi in quantità sufficienti. E questo nonostante l’istituzione già nel 2005 dell’Agenzia comunitaria di controllo della pesca o la mobilitazione di vere e proprie flotte multinazionali sotto il suo comando, organizzate in due distinti schemi di sorveglianza, uno per il mar Baltico e uno per il Mediterraneo.
E’ necessaria una drastica riforma, che salvi l’ambiente marino, ma anche le regioni europee che da questo dipendono economicamente. Come sostenuto da ultimo dalla Corte dei conti nella sua relazione speciale n. 7/2007, il sistema di controllo attuale è inefficiente, costoso, complesso e incapace di produrre i risultati necessari. Per giunta, l’imprecisione dei controlli ha ripercussioni pesanti sul policy-making dell’Unione: controlli inadeguati compromettono l’attendibilità dei dati di base sui quali si formano i pareri scientifici e quindi i livelli di cattura consentiti stabiliti per legge.
Attualmente gli ispettori dell’UE e degli Stati membri hanno scarse probabilità di individuare pratiche fraudolente. Quando ciò avviene, le sanzioni imposte sono spesso molto inferiori ai profitti che possono essere tratti da uno sfruttamento delle risorse ittiche oltre i limiti consentiti: il crimine paga e i rischi possono essere accettati in maniera del tutto razionale. Quando pure la Commissione rileva un grave problema nelle prestazioni dei sistemi di controllo nazionali, la mancanza di strumenti giuridici ne ostacola la possibilità di reagire con efficacia e rapidità. Allo stesso tempo, le nuove tecnologie offrono un potenziale che non viene pienamente utilizzato, mentre forniscono un vantaggio comparativamente maggiore per i pescherecci illegali, sia per rintracciare il pesce che per eludere i controlli delle guardie costiere.
Infine, le leggi sono troppo difformi da uno Stato all’altro e troppo variabili i margini di tolleranza delle varie autorità nazionali. La legge si deve fare chiara, incontrovertibile, unica. Non ci devono più essere spazi per escamotage legislativi e connivenze politiche. Nella nuova proposta di cui i ministri della Pesca dei 27 paesi dell'UE discuteranno le proposte nel dicembre prossimo, alla Commissione verrebbero assegnati nuovi poteri, tra cui quello di chiudere con più facilità gli stabilimenti e di imporre sanzioni pecuniarie ai governi europei.
La riforma dovrà rispondere a svariate esigenze. Innanzitutto, promuovere una cultura della conformità alle normative nel settore della pesca, in modo che gli stessi pescatori possano constatare i vantaggi che si possono trarre dal rispetto delle regole. Dovrebbe quindi rassicurare il crescente numero di consumatori che vogliono avere la certezza che il pesce che acquistano sia stato catturato legalmente e che mangiandolo non contribuiranno a peggiorare la situazione dell’ambiente marino europeo. Infine, v’è il problema della differente competitività tra coloro che pescano legalmente, con tempi/costi maggiori e introiti decisamente inferiori, e coloro che persistono nell’illegalità.
Sarà più facile rispettare le regole, grazie a una semplificazione dei regolamenti e a un'armonizzazione delle modalità d’ispezione e delle sanzioni
Il mare, al nord come al sud, in Europa come all’estero, è un bene che deve essere salvaguardato, perché può ancora fornirci tutto ciò di cui abbiamo bisogno, se non ci abbandoniamo ad uno sfruttamento selvaggio. Non siamo in ritardo. Perché il mare è come la cultura, o meglio è una cultura, ma che deve essere preservato senza venir chiuso in un museo. Perché è vivo, libero, come nella migliore letteratura su questo tema. Ed è assurdo che siano proprio le persone che meglio lo apprezzano, i pescatori e i consumatori, coloro che partecipano alla sua distruzione. L’Unione Europea, da buon legislatore, vuole farsi carico di questo compito: interpretare quelle preoccupazioni che ci agitano tutti, ma che da soli, cittadini e patiti del mare, non saremmo in grado di affrontare efficacemente.
Per approfondire:
L’Agenzia comunitaria di controllo della pesca: http://cfca.europa.eu/
Le proposte della Commissione per le nuove procedure di controllo: http://ec.europa.eu/fisheries/cfp/control_enforcement/reform_control_it.htm
Le istituzioni europee
La legislazione europea vigente: http://eur-lex.europa.eu/Repview.do?rep=04
La rivista europea sulla pesca (archivio): http://ec.europa.eu/fisheries/publications/magazine_it.htm
Le politiche regionali della pesca:
http://www.regione.emilia-romagna.it/wcm/ERMES/Canali/imprese/pesca.htm
Dalla Videoteca della Commissione (è necessario registrarsi per vedere il video): http://ec.europa.eu/avservices/download/video_download_en.cfm?prodid=6698&name=i058783.mpg&type=2