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Uniti nella diversità: il multilinguismo in Europa

di Elena Muscas

foto di ragazza alla lavagnaFin dalla prima giornata del Meeting dei Giovani Europei, fra le varie presentazioni a Palazzo d’Accursio a Bologna che hanno dato il benvenuto ai ragazzi e celebrato l’inizio dei lavori, si è respirata un’aria internazionale: non era che l’inizio di un grande incontro di giovani provenienti da paesi con culture, tradizioni e lingue diverse, accomunati solo dalla giovane età. I 200 ragazzi partecipanti al Meeting, fra i 16 e i 18 anni, provenienti dai 27 Paesi Europei, (più Turchia e Norvegia) parlavano infatti 23 lingue diverse.
Come nell’Unione europea, dove, non a caso il motto è proprio “Uniti nella diversità”.

Nonostante la lingua ufficiale del Meeting fosse l’inglese (come nell’Unione Europea), gli interventi delle varie personalità, durante i convegni che si sono tenuti in quei quattro giorni, sono stati in varie lingue – perlopiù italiano o francese. Invece i lavori dei ragazzi erano in inglese, i documenti finali che dovevano produrre anche. Questo ha rappresentato un limite per alcuni, ma mai un ostacolo insormontabile. Come dicono le due ragazze belghe che ho avuto modo di conoscere un po’ in questi giorni: “ciascuno ha il suo livello di inglese, ma questo non è stato un problema e abbiamo lavorato al meglio comunque”. Se immaginiamo inoltre che molti di questi ragazzi provengono dai Paesi dell’ex Unione Sovietica, che parlano quindi il russo, (…) si capisce che un’ Europa Unita è possibile, il plurilinguismo è effettivamente una forza e questi ragazzi ne sono la dimostrazione.

Durante i primi giorni del Meeting sono riuscita a seguire le prime lezioni in aula con alcuni gruppi di studenti. Dopo il primo giro di conoscenze informali, il facilitatore ha chiesto ai ragazzi quali siano aspettative e paure del Meeting. La costante per le aspettative risulterà “la socializzazione”, per le paure sarà “parlare in inglese”. All’inizio gli studenti si sono un po’ studiati, nessuno osa parlare più degli altri, azzardare, ma lentamente qualcosa si smuove e i primi che sento vociferare sono i ragazzi svedesi. Parlano un inglese fluente, nessun problema linguistico. Rapportarsi con persone che non parlano la tua stessa lingua è un limite relazionale che in questa occasione (ri-)scopro; “limita il proporre nuove idee”, come diranno i ragazzi del liceo di Parma, limita l’avanzare ulteriori punti di vista. Meno male che i ragazzi italiani in classe erano in maggioranza così che potevano aiutarsi. D’altronde, inutile negarlo, sono proprio loro, gli italiani, quelli che arrancano di più. I ragazzi del liceo di Parma diranno, infatti, che “… nel nostro gruppo c’erano le ragazze del linguistico (…) di Bologna, che ci hanno aiutato nella traduzione dei testi…
Senza nessun dubbio chi parla meglio inglese è più avvantaggiato. Quando si parla in aula, si usa l’ inglese, per il resto si comunica tramite qualsiasi canale. La comunicazione è anche non verbale, informale e va oltre questo.

Ho avuto modo di osservare anche nei giorni seguenti che   non c’è nessuno che voglia primeggiare sugli altri, anzi. C’è collaborazione tra gruppi linguistici diversi. I limiti con l’inglese, giorno per giorno, si affievoliscono, mentre la conoscenza si approfondisce. “Gli italiani parlano l’inglese con un accento molto divertente…” dicono le due ragazze belghe. L’interazione è possibile a diversi livelli: lo scopo non è infatti dimostrarsi anglofoni, ma collaborare, partecipare, non fossilizzarsi sui problemi, è pensare alle soluzioni, cooperare, essere responsabili e creativi. E avere prospettive lontane. Che vanno oltre barriere linguistiche.

Alla fine dei lavori gli studenti si scambiano gli indirizzi su Facebook: “Non vogliamo perdere i contatti, dobbiamo rimanere connessi con tutta Europa”.
Ho visto la socializzazione trionfare e la paura per l’inglese diventare un problema marginale. La soddisfazione di aver fatto qualcosa di grande avrà vinto di gran lunga su qualsiasi distanza territoriale e differenza linguistica. 


Elena Muscas