La Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea consta di VI Capi, 54 articoli preceduti da un Preambolo e dalle firme delle alte cariche del Parlamento Europeo, del Consiglio dell'Unione Europea e della Commissione Europea che il 7 dicembre 2000 a Nizza hanno proclamato solennemente i diritti e i valori fondamentali nei quali ogni cittadino europeo attuale e futuro dovrebbe riconoscersi e di cui dovrebbe godere.
Come non assorbire passivamente un documento come questo? I 200 ragazzi e i 50 professori, partecipanti al Meeting dei Giovani Europei, ci sono riusciti con i formatori attraverso la non formal education, formula che, a parere dei più, sembra la migliore.
Nelle parole di Andrea Messori, uno dei tutor formatori del CIMEA, Centro di Informazione sulla Mobilità e le Equivalenze Accademiche, il meccanismo appare automatico e vincente: i ragazzi, come i docenti, non hanno ricevuto passivamente i contenuti fondamentali dei valori esposti nella Carta dei Diritti, ma hanno prima riflettuto e raccontato come vivono queste tematiche ogni giorno nei loro paesi. Il quotidiano, in questo modo, non viene banalizzato, ognuno estrapola dal proprio vissuto i contenuti più vicini a lui per poi passare alla fase analitica con un linguaggio proprio.
Ma quale sarebbe la vera differenza con l'educazione formale? Non ci sono banchi in fila per due e nessun prof dietro la cattedra che con tono piatto elenca i grandi progressi dell'Europa disegnata sulla cartina politica alle sue spalle, né sguardi minacciosi che seguono l'elenco sul registro per chiamare alla lavagna il malcapitato che bisbiglia all'orecchio del compagno di banco. Tutt'altro: i formatori stanno fra i ragazzi e propongono esercizi/giochi per conoscersi, per esprimere la propria opinione, per riuscire a costruire una proposta ben ragionata ed elaborata in gruppo.
Come mi ha spiegato Dalila Ferhaoui, l'amabile formatrice con cui ho avuto il piacere di seguire il Meeting, i ragazzi non sono “obbligati” a fare i lavori, loro conoscono l'obiettivo e il lavoro procede passo a passo con la formatrice: lei non può andare avanti senza di loro e, allo stesso modo, i ragazzi seguono lei. È il ragionamento che parte dal proprio vissuto ciò che costruisce “la lezione”.
I ragazzi non hanno solamente riscontrato nella vita quotidiana in che misura i diritti sono fruibili o meno, ma nello stesso percorso hanno dovuto imparare il meccanismo della delega e della mediazione: i testi che hanno prodotto li hanno obbligati a scegliere il termine che meglio esprimeva la loro opinione, hanno dovuto selezionare e lasciare passare avanti interessi maggiori rispetto ad altri marginali, anche se non meno importanti. Così il testo originale della Carta dei Diritti sembra meno alieno, perché hanno dovuto riprodurre il meccanismo istituzionale fino ad approvare il documento finale.
Dopo i primi scetticismi e il disorientamento generale, in classe non è mancata la partecipazione. Poco a poco gli interventi meno ludici si son fatti largo tra una mezza risata e silenzi dubbiosi. Confrontarsi con problemi così diversi fra paesi e pensare a proposte concrete non è stato semplice. I ragazzi, però, hanno trovato questo metodo il più congeniale anche per le loro proposte, con la convinzione che l'informazione e sensibilizzazione sui temi che loro stessi hanno discusso dovesse passare dai giovani ai giovani, attraverso la non formal education e in spazi non convenzionali.
Non ci sono parole migliori di quelle di Katerina Christoforou, 18 anni da Cipro, che alla domanda “Cosa hai apprezzato maggiormente alle lezioni del Meeting?” mi ha risposto “..Know that we can work together”.
Laura Solinas